_Strani inquietanti movimenti, frattanto a Sergio De Caprio ,il "Capitano Ultimo" del Ros che fondò il "Crimor" e che catturò Salvatore Riina, viene tolta la scorta. Lo stesso De Caprio, oggi, replica in modo duro a Ciancimino junior. Fra trattative, papello, arresti eccellenti, stragi e covi non perquisiti, la vicenda Ultimo - Ciancimino assume contorni via via più oscuri ma ben decifrabili ai pochissimi esperti e addetti ai lavori. Diffido enormemente di Massimo Ciancimino e ho letto molto di Ultimo. Ad oggi non so se quest'ultimo dica o meno la completa e totale verità ma una cosa è certa: non meritava il trattamento ricevuto nel corso di questi anni, così come trovo assurdo che ad un uomo costretto a vivere in totale segretezza lo stato sveli prima nome e cognome e poi tolga la scorta._"Ciancimino è uno dei tanti servi di Riina. Infatti è chiaramente falso che Riina sia stato arrestato in seguito alle dichiarazioni di Bernardo Provenzano". Lo dice all'ANSA il colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, il 'capitano Ultimo' che, insieme al generale Mori, condusse le indagini che nel 1993 portarono all'arresto di Riina."Ma la cosa più grave - aggiunge il 'capitano Ultimo' - è che ci sia qualcuno all'interno delle istituzioni che legittima questo servo di Riina. Questo significa evidentemente che i servi di Riina sono anche all'interno delle Istituzioni e certamente non sono il generale Mori e il capitano De Donno: forse sono gli stessi che hanno isolato e delegittimato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino". "I boss si vendono o vengono ammazzati" teorizzava Luigi Ilardo, boss confidente dei carabinieri assassinato poco prima che potesse formalizzare la sua collaborazione con la giustizia. Una regola che torna in uno dei capitoli più oscuri della storia di Cosa nostra: l'arresto del capomafia di Corleone Totò Riina. A incrinare la verità ufficiale - peraltro già messa in discussione da pentiti come Nino Giuffré - sull'arresto del padrino stragista è stavolta Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, che da mesi svela ai pm i retroscena della trattativa tra Cosa nostra e lo Stato.E' lui a raccontare che dietro la cattura di Riina, uccel di bosco per oltre 23 anni, ci fu Bernardo Provenzano che, mappe di Palermo alla mano, indicò ai carabinieri i possibili covi in cui si nascondeva il capomafia. Un tradimento in piena regola di un vecchio alleato, diventato scomodo e ormai affetto da deliri di onnipotenza, che avrebbe sancito la seconda fase della trattativa tra Stato e mafia e l'inizio di una lunga pax dopo gli anni delle stragi. Ciancimino jr parla di cose vissute in prima persona. Sarebbe stato lui a ricevere dall'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno, che sperava nell'aiuto dell'ex sindaco per la cattura di Riina, la piantina della città.Don Vito ne avrebbe fatto una copia, che avrebbe conservato. Poi avrebbe consegnato, attraverso il figlio Massimo, l'originale a una persona vicina all'ingegnere Lo Verde, nome usato per indicare Provenzano. Il capomafia avrebbe indicato con dei cerchi i possibili nascondigli di Riina e avrebbe rimandato il documento a Ciancimino. Tra le zone segnate da Binnu ci sarebbe stato anche l'Uditore, il quartiere in cui si trovava la villa, ultimo rifugio del capo dei capi. L'ex sindaco, che da mesi aveva avviato un dialogo col Ros, avrebbe consegnato, poi, la mappa ai carabinieri. Secondo il racconto del testimone, siamo all'autunno del 1992, pochi mesi dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio. A gennaio del 1993 Riina viene catturato. L'arresto pone le basi - secondo gli inquirenti, la cui tesi sembra confermata dall'ultima rivelazione di Ciancimino - per l'inizio della seconda fase della trattativa che ha come interlocutore mafioso non più Riina, autore del papello con le richieste alle istituzioni che lo stesso don Vito definì "irricevibili", ma Provenzano. E proprio per questo suo ruolo nell'accordo stretto tra Cosa nostra e Stato Provenzano sarebbe iscritto nel registro degli indagati, assieme a Riina e al medico Gaetano Cinà, nell'inchiesta sulla trattativa. Ma le rivelazioni di Ciancimino ai pm non si fermano al ruolo dell'ingegnere Lo Verde. Oggi, prima di rendere dichiarazioni spontanee al processo in cui è imputato di riciclaggio aggravato, il figlio dell'ex sindaco è tornato in Procura dove ha consegnato una serie di documenti. "Tutto materiale cartaceo - ha detto - Non ho ancora portato i nastri incisi da mio padre". Nell'archivio infinito di don Vito, sparso tra cassette di sicurezza del Lichtenstein, e studi notarili di mezza Italia, ci sarebbero anche le bobine con le registrazioni di alcuni colloqui tra il sindaco e l'allora colonnello del Ros Mario Mori, l'ufficiale che, secondo la procura, avrebbe avuto un ruolo di intermediazione tra la mafia e lo Stato nella trattativa. In attesa di ascoltare i nastri, la Procura si appresta a definire i componenti del collegio di periti chiamati ad accertare la paternità e la data di compilazione del papello, consegnato da Ciancimino ai magistrati la scorsa settimana. "Non è l'originale - ha spiegato il testimone - ma una copia coeva. Figuriamoci se mio padre avrebbe mai fatto girare quello vero con tutte le impronte che potevano esserci sopra". (Fonte: Ansa)
_Fu Bernardo Provenzano a "tradire" Totò Riina, svelando il nascondiglio in cui poi fu catturato: "Ha consegnato lui le mappe della locazione dove poi è stato trovato Riina. Comunque non posso fare altere dichiarazioni per rispetto dei magistrati con i quali sto parlando". Lo ha detto Massimo Ciancimino, prima di entrare nell'aula bunker di Pagliarelli a Palermo. Secondo questa sua ricostuzione, fatta agli inquirenti di Palermo, che nel periodo delle stragi mafiose del '92 l'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo, chiedendogli di darle a suo padre Vito Ciancimino e sperando di avere un contributo utile per l'arresto del boss latitante. Don Vito avrebbe trattenuto una copia delle mappe e un'altra l'avrebbe affidata al figlio perchè la consegnasse a un uomo di fiducia del geometra Lo Verde, il nome con cui l'ex sindaco indicava Provenzano. L'emissario del capomafia avrebbe, poi, restituito a Ciancimino la mappa con un cerchio proprio sopra la zona del quartiere Uditore in cui si nascondeva Riina. La cartina venne poi fatta avere ai carabinieri e Riina nel gennaio '93 fini' in manette. Ciancimino oggi ha anche consegnato nuovi documenti e carte, ai pm di Palermo Nino Di Matteo e Paolo Guido. Si tratta di una serie di appunti e lettere di suo padre Vito, sindaco mafioso del capoluogo siciliano, morto nel 2002. Tra questi, materiale definito di interesse investigativo che potrebbe servire per riscontrare precedenti dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulla trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra, ma anche per datare alcuni fatti.
In serata arriva la dura risposta del colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, il famoso "Capitano Ultimo" che, nel 1993 condusse le indagini che portarono alla cattura di Riina: "Ciancimino è uno dei tanti servi di Riina. Infatti è chiaramente falso che il boss sia stato arrestato in seguito alle dichiarazioni di Bernardo Provenzano. Ma la cosa più grave - aggiunge 'Ultimo' - è che ci sia qualcuno all'interno delle istituzioni che legittima questo servo di Riina. Questo significa evidentemente che i servi di Riina sono anche all'interno delle Istituzioni e certamente non sono il generale Mori e il capitano De Donno: forse sono gli stessi che hanno isolato e delegittimato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino".
Non sono stati consegnati in Procura, invece, i nastri contenenti le registrazioni dei colloqui che Vito Ciancimino incideva di nascosto per documentare i suoi incontri con i carabinieri. "Io non so cosa contengano quei nastri", ha precisato Massimo Ciancimino, che ha preannunciato di volerli prelevare dalla cassetta di sicurezza dove custoditi a Vaduz, nel Lichtenstein, per consegnarli ai magistrati. Massimo Ciancimino si è poi spostato nell'aula bunker di Pagliarelli per rendere nuove dichiarazioni spontanee nel processo d'appello in cui è imputato di riciclaggio, tentata estorsione e fittizia intestazione di beni, dopo essere stato condannato a 5 anni e 8 mesi in primo grado. Il processo si svolge a porte chiuse. Ieri Ciancimino era stato sentito dai pm di Catania, con i quali ha parlato di imprenditori catanesi coinvolti in affari di mafia ma anche della conduzione delle indagini nei suoi confronti sul 'tesoro' del padre Vito. "Io non ce l'ho con i magistrati che hanno coordinato le indagini su di me. Non sono loro infatti che eseguono le perquisizioni o che trascrivono le intercettazioni", ha detto Ciancimino, e alla domanda dei giornalisti se il riferimento fosse ai carabinieri ha risposto: "Sì, ma dovranno essere i magistrati competenti ad accertare i fatti e a verificare se siano state sottratte prove a mio favore". (Fonte: La Repubblica)