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30 novembre 2009

E guardo il mondo da un Doblò

_Sostengo i magnifici ragazzi della Onlus "Noi Briciole" dando ovvia visibilità alla loro ultima iniziativa che, come le altre, riscuoterà un sicuro successo.
_Il Progetto: L’associazione Noi, briciole onlus si impegna ad effettuare una campagna di raccolta fondi tramite passaparola, brochure, volantini, eventi occasionali di promozione, sito web e mezzi informatici in genere a sostegno del progetto benefico intitolato “E guardo il mondo da un Doblò”.
Finalità:L’iniziativa solidale promossa dall’organizzazione romana a sostegno dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù presenta come traguardo, il raggiungimento della cifra necessaria per l’acquisto di un Fiat Doblò, adattato alla funzione sociale di veicolo medico per trasporto sangue da donare all’azienda ospedaliera di Roma sita in Piazza Sant’Onofrio, 4. La tempistica dettagliata per la realizzazione del progetto non è indicabile al momento in quanto strettamente correlata alla capacità promotrice della suddetta associazione onlus, dei suoi volontari e ancor più dipendente dalla volontà ricettiva degli italiani coinvolti nell’iniziativa. Finalità latente al progetto consiste nella diffusione di una “cultura della solidarietà” da trasmettere attraverso tutti i mezzi di promozione del sociale messi in campo per l’occasione, vera linfa vitale in una società del Terzo Millennio proiettata verso un futuro sempre più incerto, caotico, in cui punti di riferimento come l’Atto di Carità fine a se stesso riveste un ruolo di primaria importanza.
Realizzazione:Il raggiungimento del suddetto obiettivo prefisso sarà ottenuto attraverso la promozione del calendario Noi, briciole 2010 che sarà il tramite principale della raccolta fondi.

Specifiche sulla divulgazione:
- eventi occasionali di promozione
- eventi promossi dai singoli volontari (cene benefiche, feste solidali, partite, escursioni…)
- sito internet ufficiale dell’associazione onlus che per l’occasione sarà modificato per promuovere l’iniziativa attraverso appelli di sostegno al progetto benefico con un banner di richiamo. Inoltre verrà potenziata la visibilità del website attraverso la promozione su numerosi siti amici gemellati al nostro (www.noibriciole.net)

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26 novembre 2009

Alimentazione? Italiani convinti dal prezzo


_Cambiano le abitudini alimentari degli italiani. E la colpa è della crisi. Una persona su cinque ha difficoltà a fare la spesa. E così, al supermercato si sceglie diversamente: via ciò che costa troppo e le primizie. Non è un caso che in un anno siano diminuiti i consumi di vino (-25,8%), pesce (-20%) e carne (- 11,6%). E ancora, crollano gli acquisti di alimenti arricchiti con vitamine e/o minerali (-44,8%), quelli di dolcificanti (-26,4%), di latte e derivati (-26,3%). Salgono al contrario i consumi di riso (+12,3%), pasta (+8%) e olio d’oliva (+6,8%). Crisi anche per gli extra, solo il 20% degli italiani riesce ad andare a cena fuori una volta ogni sette giorni. Il 40% lo fa una volta al mese. Il 40% non può permetterselo. Quanto si spende per mangiare? Sette italiani su dieci tengono conto del prezzo di ciò che acquistano, con una media di spesa settimanale di 80 euro. Gli uomini sono meno attenti delle donne, che invece sono disposte a sacrificare i propri gusti per comprare qualcosa di economico. Per fronteggiare la crisi gli italiani si cambia anche punto vendita: vincono discount e supermercati, a discapito di mercati rionali e dei negozi al dettaglio sotto casa. Ma anche se si spende meno, si cerca la qualità: l’85% delle persone evita di consumare cibi contaminati. Sono questi i risultati dell’indagine Format-Salute/la Repubblica sui comportamenti alimentari e le abitudini di spesa degli italiani, presentati giovedì 26 novembre a Roma, alla quinta edizione del convegno annuale di alimentazione e salute. Il problema però è che a rimetterci è la salute degli italiani. “Mangiar sano – spiega il professor Giorgio Calabrese docente di nutrizione umana all’Università Cattolica di Piacenza – oggi non è sempre possibile perché, mentre prima costava molto il cibo ottimo, oggi costa molto anche quello mediocre. Bisognerebbe ritornare alla filosofia del Km. ZERO, della filiera corta, del cibo acquistato dal contadino o dall’allevatore vicino a casa, e riattivare piccoli supermercati di vicinato, magari delle stesse catene degli hard-discount (per non creare conflitti economici) che permettano alle persone di fare la spesa ogni 2 giorni piuttosto che ogni 15 giorni con conseguente spreco di cibo, che va a finire nei rifiuti organici”. Non solo in Europa ma anche in Italia il problema del peso è molto diffuso. Secondo una recente indagine il 34,2% degli italiani è in sovrappeso, il 9,8% obeso. Lo stesso vale per i bambini tra i 6 e i 9 anni: oltre un terzo (34,1%) è obeso o in sovrappeso (dati ECO 2008 – IASO International Association for the Study of Obesity). La soluzione si chiama dieta mediterranea, spiega il professor Giovanni Spera ordinario di medicina interna all’Università La Sapienza di Roma, responsabile regionale SIO Società Italiana Obesità che illustrerà gli strumenti di prevenzione e le terapie per curare la patologia. Per fronteggiare l’epidemia obesità, servono alimenti vegetali, come cereali, frutta, verdura, legumi, e olio di oliva come principale fonte di grassi aggiunti, con poco consumo di carne rossa e grassi saturi. “Non dimentichiamo che l’accumulo di grasso viscerale è il presupposto della quasi totalità delle malattie di cui oggi ci si ammala e si muore. E sulla strada dei chili di troppo ci sono sia fattori genetici, sia sociali sia comportamentali”. L’arma vincente perciò si chiama prevenzione. E va fatta fin da bambini. Ma se l’obesità insorge e non si riescono a bloccare i primi errori, è necessario curarla come ogni disturbo alimentare. “L’emergenza della gestione dei malati oggi è affidata a setting di trattamento che in base alla gravità della malattia – continua a spiegare Spera – prevedono (associati a schemi nutrizionali accreditati) l’uso di pochi farmaci, la cui efficacia è legata a tempi e modalità, della chirurgia che, paradossalmente, pur con la sua invasività riporta risultati nel breve e lungo periodo statisticamente migliori rispetto agli altri approcci”. Un’alternativa valida è la riabilitazione metabolico-psico-nutrizionale, approccio impegnativo ma anche l’unico in grado di gestire in maniera mirata o pazienti. “Il veloce incremento di obesità, malattie cardiovascolari, diabete e tumori – commenta Roberto Ciati responsabile delle relazioni esterne scientifiche di Barilla - rappresenta oggi il principale fattore di rischio per la salute dell’uomo, nonché un enorme peso socio-economico per l’intera collettività”. E l’alimentazione sana, la totale assenza del fumo, un’attività fisica regolare e il controllo costante del peso, sono elementi essenziali alla prevenzione di queste malattie. La ricerca, poi, fa il resto. Alcuni studi hanno individuato gli elementi utili a contrastare i disturbi legati all’alimentazione. “I betaglucani – illustra Michele Sculati, medico specialista in scienze dell’alimentazione - sono un’importante fibra di tipo solubile presente in natura non assorbita a livello intestinale. Si trovano in alcuni cereali, in particolare nell’orzo e nell’avena. E favoriscono l’abbassamento del colesterolo nel sangue. Per questo l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare ha promosso i betaglucani come aiuto contro il colesterolo”. Gli stili di vita sono un modo per sconfiggere l’obesità. Bisogna raggiungere un equilibrio fra le "entrate" caloriche e le "uscite" del dispendio energetico. E per farlo bisogna praticare sport e movimento. “L'obesità non si sconfigge con la sola dieta ma con un diverso e migliore stile di vita”. Conferma Giuseppe Fatati presidente ADI Associazione Italiana Dietetica e Nutrizione Clinica. Bisogna imparare fin da bambini a mangiare sano. Così si possono prevenire malattie come il diabete e l’obesità. L’ultimo ingrediente per un’alimentazione corretta è il controllo sull’origine dei prodotti. I cittadini devono avere informazioni chiare e trasparenti, afferma Silvia Biasotto responsabile del dipartimento sicurezza alimentare del Movimento Difesa del Cittadino. L’unico marchio in grado di garantire sempre l’origine della materia prima del prodotto è la DOP Denominazione di Origine Protetta perché consente una reale tracciabilità della filiera, elemento essenziale per informare il consumatore in caso di emergenze alimentari. Infine per la sicurezza alimentare in Italia si può contare sul lavoro dei Nas, che in un anno hanno sequestrato 38mila tonnellate di alimenti. Tra cui mozzarelle confezionate con latte in polvere. (Fonte: Repubblica)

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24 novembre 2009

Alba di Terza Repubblica

_Solo la storia di questo paese dirà se le parole pronunciate ieri da Luca Cordero di Montezemolo all'Università di Roma assumeranno un valore uguale a quelle di Silvio Berlusconi nell'autunno del 1993. Il Cavaliere era a Casalecchio di Reno, in Emilia Romagna, e iniziò a preparare la discesa in campo sdoganando il Msi: «Se fossi a Roma voterei per Fini sindaco». Tre lustri e passa più tardi, un altro imprenditore di rango fa capire di essere pronto per la politica. L'alba della terza repubblica? In ogni caso quello che colpisce è che anche stavolta il punto di contatto tra il vecchio e il nuovo è rappresentato da Gianfranco Fini. Allora fu Berlusconi a tirarlo fuori dalle secche della prima repubblica. Adesso c'è Montezemolo che parla come lui. Una coincidenza che si incastra nel day after dell'ennesima tregua tra il Cavaliere e il presidente della Camera, al culmine di una crisi che ha sfiorato il peggio, con la minaccia delle elezioni anticipate agitata dalla seconda carica dello Stato, Renato Schifani. Di più: sembra quasi che sul delicatissimo tornante della giustizia, dove sono andati a sbattere ciclicamente quindici anni di sterile berlusconismo, Fini abbia passato il testimone a Montezemolo. Come in una staffetta. Primo paletto: mai più leggi ad personam. Il presidente di Fiat e Ferrari nonché della nuova fondazione Italia Futura sul punto è chiarissimo: «La riforma della giustizia è necessaria, ma non per far piacere a qualcuno. È bene intervenire sul funzionamento della giustizia, sulla sua efficienza e sui tempi dei processi, ma attenzione al rispetto delle istituzioni perché in caso contrario vuol dire tagliare il ramo sul quale siamo seduti. Il rispetto per le istituzioni è fondamentale». Un affondo ancora più duro, Montezemolo, lo riserva alla guerra interna nella maggioranza: «Oggi vediamo che c'è una coalizione in crisi non perché c'è disaccordo sul programma, ma semplicemente perché le cose non si fanno. La maggioranza ha un grande programma, ma ha una grandissima difficoltà a realizzarlo. Di riforme costituzionali non se ne parla più perché c'è un clima da curva sud». Ecco perché la gente non capirebbe il secondo voto anticipato in quattro anni: «Parlare di elezioni anticipate è qualcosa che gli italiani non capiscono e non capirebbero. Si tira fuori l'argomento come fosse una pistola scarica da gettare sul tavolo a mo' di una minaccia». Dall'aumento della corruzione alla crisi economica («fra un anno sentiremo il peso della disoccupazione») e per finire alla riforma elettorale: «Per i cittadini è insopportabile l'idea di non poter scegliere i propri rappresentanti in Parlamento e limitarsi a fare i notai delle liste stilate dai partiti».Come ammettono dal suo ambiente, è la prima volta che Montezemolo affronta di petto il nodo centrale del rapporto politica e giustizia all'ombra distorta della seconda repubblica berlusconiana. E se il presidente di Italia Futura appare come il nuovo gemello di Fini questo non vuol dire, però, alimentare i soliti scenari neocentristi modello Kadima. Certo, l'interlocuzione con l'Udc di Casini (che ieri, in sintonia con l'uscita di Montezemolo, ha addirittura presentato una mozione di sfiducia contro il sottosegretario Cosentino, accusato di camorra in Campania) e il nuovo movimento di Francesco Rutelli, Alleanza per l'Italia, è nell'ordine delle cose. Ma per i montezemoliani sarebbe sbagliato limitarsi a parlare solo di complotti o manovre di palazzo. In merito lo stesso ex presidente di Confindustria ha cercato di sgombrare il campo da voci e indiscrezioni: «Non siamo golpisti e non vogliamo fondare un nuovo partito». Piuttosto, a detta dei suoi, Montezemolo vorrebbe seguire un percorso lineare e trasparente per aggregare attorno a sé sempre più consensi. Solo a quel punto deciderebbe che cosa fare. Anche per questo, sinora, è sempre stato riluttante a buttarsi in politica, tirato per la giacca da entrambi i poli a seconda delle varie fasi politiche degli ultimi anni. Per la maggioranza, il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto ha commentato così l'esternazione all'Università di Roma: «Da un lato Montezemolo vola molto alto, da un altro troppo basso. Finora il governo ha fatto molte cose, si è misurato con la crisi economica come hanno anche riconosciuto le autorità economiche europee, per cui il suo lavoro non può essere liquidato con poche battute». Il centrista Savino Pezzotta ha invece detto che non avrebbe «nessun problema a sostenere Montezemolo». In altri ambienti, infine, dove si lavora da mesi al post-berlusconismo e si vede come il fumo negli occhi l'asse Luca-Gianfranco, si spulciano alcuni dossier potenzialmente pericolosi per il presidente di Fiat e Ferrari. In attesa della prossima uscita di Montezemolo, prevista tra pochi giorni a Genova. E chissà se Vittorio Feltri sul Giornale, poi, lo sottoporrà allo stesso trattamento riservato a Boffo e Fini. (Fonte: qui)

17 novembre 2009

L' acqua? E' una questione di fiducia

_Desidero astenermi da qualsiasi commento su quanto sta accadendo. Riserverei parole di fuoco a molti, in primis a buona parte dei cittadini. Segnalo come nella rassegna stampa riportata in questo post ci siano degli articoli con contenuti parzialmente falsi che alimentano una certa incapacità del cittadino di pervenire ad un'analisi corretta della situazione. Questa è la stampa che non eccede, quella che non parla per iperboli ma che reputo ordinariamente pericolosa.
_Con le reti idriche allo sfascio, l'Italia accelera la privatizzazione dell'acqua. Il Parlamento sta discutendo la legge che obbliga a mettere in gara i servizi e ridurre a quote minoritarie la mano pubblica nella gestione, ma nessuno sa dove trovare le risorse per ricuperare questo pazzesco "gap" infrastrutturale. I lavori necessari ammontano a 62 miliardi di euro: una cifra enorme, come dieci ponti sullo Stretto. Questo mentre 8 milioni di cittadini non hanno accesso all'acqua potabile, 18 milioni bevono acqua non depurata e le perdite del sistema sono salite al 37%, con punte apocalittiche al Sud. Sono più di vent'anni che si investe al lumicino, non si costruiscono acquedotti e la manutenzione di quelli esistenti è quasi scomparsa dai bilanci. Un quadro da Terzo Mondo. Il rischio è di lasciare in eredità ai nostri figli un patrimonio di acqua inquinata da industrie, residui fognari, chimica, arsenico o metalli pesanti. Di fronte a questo allarme concreto sembra sollevarsi nient'altro che il solito polverone. Uno scontro di "teologie": con una maggioranza che crede nell'efficacia salvifica della gara d'appalto e della quotazione in Borsa, e una minoranza che invoca il principio assoluto dell'acqua "bene comune". In mezzo a tutto questo, schiacciata fra le scorrerie dei partiti e gli appetiti finanziari dei privati, una miriade di Comuni virtuosi che finora hanno gestito i servizi a basso costo e in modo eccellente, e non intendono alienare "l'acqua del sindaco", intesa come ultima trincea del governo pubblico del territorio. Nell'agosto 2007 Tremonti aveva già sparato un decreto per la privatizzazione, ma si era rivelato cos carente che non era stato possibile emanare i regolamenti. Oggi si tenta il bis, con una spinta in più verso i privati. Stavolta è d'accordo anche la Lega: la quota della mano pubblica dovrà scendere al 30%. Insomma, che i Comuni in bolletta vendano tutto quello che possono. Facciano cassa, subito. E non fa niente se qualcuno grida al furto e il Contratto mondiale per l'acqua - ultima trincea del pubblico servizio - minaccia fuoco e fiamme. "In nessun'altra parte d'Europa - attacca il presidente Emilio Molinari - si vieta alla mano pubblica di conservare la maggioranza azionaria. Il rischio è che tutto finisca in mano delle grandi Spa e alle multinazionali. E se il servizio non funziona, invece che al tuo sindaco dovrai rivolgerti a un call center".
Contro il provvedimento s'è scatenata una guerra di resistenza. In Puglia il presidente della regione Niki Vendola s'è messo in collisione con gli alleati del Pd, ed ha non ha solo annunciato di voler far ricorso contro la privatizzazione, ma ha deciso di ripubblicizzare l'acquedotto pugliese, il più grande e malfamato d'Europa (si dice che abbia dato più da... mangiare che da bere ai pugliesi). Al grido di "l'acqua è una cosa pubblica" ora si tenta la storica marcia indietro, anche se non si ha la più pallida idea di chi (la Regione?) pagherà i debiti del carrozzone. Intanto si moltiplicano le assemblee: Verona, Bari, Udine, Savona, Potenza, Rieti. Da Milano arrivano segnali di preoccupazione, a difesa di un'azienda comunale totalmente pubblica che finora ha mantenuto tariffe tra le più basse d'Italia. Il malumore cresce nei Comuni di montagna. In Carnia anche quelli della Lega sono ai ferri corti con la giunta regionale di centrodestra. Già hanno dovuto affidare i loro servizi a una Spa-carrozzone che fa acqua da tutte le parti e alza le tariffe senza fare investimenti; ora non vogliono che questo preluda al passaggio a un'azienda con sede a Milano, Roma o magari all'estero.
A Mezzana Montaldo (Biella) dove si gestiscono la loro rete in modo ineccepibile da oltre un secolo, non ci pensano nemmeno a mollare l'acqua ad altri. "La fine del federalismo e dei valori del territorio persino nelle regioni a statuto speciale" osserva Marco Job del C. m. a di Udine. "Facevamo tutto da soli - ghigna il carnico Franceschino Barazzutti - dalle mie parti il sindaco guidava il trattore, e se necessario aggiustava lui stesso la conduttura tra il paese e la sorgente. Oggi devi chiamare i tecnici a Udine, con tempi maggiori e costi più alti. E se devi segnalare un disservizio, devi andare a Tolmezzo o Udine, mentre prima era tutto sotto casa. E' tutto chiaro: hanno fatto una Spa pubblica solo per poi passare la mano ai privati". Privatizzare è l'ultima speranza di adeguarci all'Europa, puntualizza il governo. Ma qui viene il bello. proprio l'enormità dei costi di questo adeguamento a falsare la gara. "Senza certezza sul futuro del servizio e con simili costi fissi nessuna banca al mondo finanzierà le piccole imprese, e cos finiranno per vincere le grandi aziende quotate, capaci di autofinanziarsi e di imporsi semplicemente con la forza del nome", spiega Antonio Massarutto dell'università di Udine. Altra cosa che pu falsare i giochi è la mancanza di garanzie sul rispetto delle regole. "Siamo in Italia" brontola Roberto Passino, presidente del Coviri, Comitato vigilanza risorse idriche: "Prima si lamentavano perché non funzionavamo, e ora che abbiamo rimesso le cose a posto, tutti si lamentano perché funzioniamo". Un problema di comportamento, insomma. Di cultura e responsabilità. Pubblico o privato? "Non importa che i gatti siano bianchi o neri - scherza Passino citando Marx - l'importante è che mangino i topi". Quello che conta è il controllo. In Inghilterra l'azienda pubblica è stata privatizzata al cento per cento, ma la Spa che ha vinto la gara ora ha sul collo il fiato di un'authority ventiquattrore su ventiquattro. Le modifiche del contratto sono impossibili. Ogni cinque anni le tariffe vanno discusse daccapo. Massarutto: "L'anomalia italiana è che ci si illude che la gara basti a lavare più bianco. Non è vero niente. Serve uno strumento di controllo e garanzia che impedisca furbate o fughe speculative". Figurarsi se poi l'azienda firma un contratto che include non solo la gestione, ma anche gli investimenti immensi che il settore richiede.
Altra anomalia: abbiamo le tariffe più basse d'Europa. Questo perché - a differenza di Francia o Germania - finora nessuno ha osato scaricare sulle tariffe il costo di questo immenso arretrato di lavori. Viviamo in uno strano Paese, dove si protesta per le bollette dell'acqua, ma non si osa dir nulla su quelle del gas e dell'elettricità, che invece sono - udite - le più alte del Continente. Dire che gli acquedotti si debbano pagare con le tasse è quantomeno spericolato, osserva Giuseppe Altamore autore di grandi libri sulla questione idrica in Italia: "Non vedo cosa ci sia di giusto nel fatto che io debba pagare il servizio idrico anche per gli evasori fiscali". Nell'incertezza sul futuro, il ritardo aumenta, e sulle nostre spalle cresce la previsione di una batosta stimata per ora sui 115 euro pro-capite l'anno. (Fonte: Repubblica)

13 novembre 2009

L'orgoglio territoriale di Donnardea

_Come da più parti sostenuto (finalmente anche da alcuni politici di diversa estrazione) le prime esternalità negative dell'impianto di incenerimento rifiuti voluto da Regione Lazio e Co.E.MA si abbatteranno sulle realtà economiche locali, in particolare quelle di natura agricola. Questa, signori miei, è pianificazione territoriale! Una devastazione speculativa in nome di impianti assolutamente non necessari e dannosi che la tecnologia annovera da decenni come ancestrali. La politica locale, regionale e nazionale finalmente si sveglia e si accorge del problema quanto mai impellente. Così i cittadini scoprono che coloro (Pd e Pdl) che fino a ieri hanno avallato l'impianto supportando anche la sciagurata giunta Marrazzo oggi sono per fermare l'iter inerente lo stesso. Le elezioni, è proprio il caso di dirlo, fanno miracoli amici miei. Che le parole si tramutino in fatti concreti, altrimenti il volto di questi politici avrà il colore del dramma sanitario/economico di tutta l'area Castelli Romani.
_L’azienda di circa 80 ettari è ubicata nel cuore della campagna romana, a circa 20 km dalla capitale, in località Santa Palomba (Ardea), nel limite territoriale dei Castelli Romani. Siamo nella zona della D.O.C. Colli Albani; i vigneti si estendono per circa 40 ettari. Il luogo presenta una natura incontaminata con un paesaggio vario e ricco di colori. I terreni non vitati sono destinati, in gran parte, a parco naturale, giardini e pascoli per i cavalli. La conduzione dell’azienda è a carattere familiare: i coniugi Trasmondi, Antonio (agronomo-enologo) e Adriana (responsabile commerciale), le figlie Veronica (responsabile enoturismo), Virginia (responsabile fattoria didattica) e Sofia. In Cantina “natura e tecnologia si fondono con semplicità”: la gamma dei vini prodotti rappresenta uno dei beni più pregiati. Ricordiamo i bianchi Colli Albani Superiore Donnardea D.O.C., il Bombino I.G.T., il rosato I.G.T. Lazio, i rossi I.G.T. Lazio Syrah, Returno, Novello. Si commercializza anche il Frascati Superiore D.O.C. Numerosi e importanti sono i vitigni coltivati: Sangiovese, Montepulciano, Cabernet, Syrah, Bombino, Ciliegiolo, Merlot, Cesanese, Nero Buono, Trebbiano Verde, Malvasia Puntinata, Chardonnay e Cacchione. In azienda incontriamo la signora Veronica. Ci rendiamo subito conto delle sue grandi capacità imprenditoriali, della sua competenza nel settore enoturistico, della sua passione nell’organizzare gli eventi (grandi e piccoli) con razionalità ed armonia, ma soprattutto comprendiamo il grande amore che nutre per questo territorio. Volentieri risponde alle nostre domande. Signora Veronica è prevista l’implementazione di nuovi vitigni al fine di accrescere la qualità del prodotto? Nuovi vitigni, no. Semplicemente trasformiamo in “orgoglio territoriale” ciò che abbiamo, rivalutando i nostri vitigni più antichi, gli autoctoni. Le aziende che hanno innovato hanno aperto nuovi canali di commercializzazione? Donnardea è la più innovatrice tra le aziende a conduzione familiare. Forse perché tante donne in questa azienda, ma l’ inclinazione all’accoglienza ed al piacere di ricevere l’ospite innata nel mondo femminile ci ha fatto apprezzare la visita anche in attesa dell’ENOTURISTA e, da ottime padrone di casa, cerchiamo di offrire vini, luoghi ed atmosfere che rendano sempre piacevole la visita nella nostra tenuta…da 15 anni ormai. Tali cambiamenti come vengono accolti? Il fascino di questo nuovo modo di vivere la produzione, oggi coinvolge sempre più appassionati. L’Enoturismo è un modo di scoprire i vini partendo dai luoghi da cui provengono. E’ nel vino che ambiente e cultura, natura e storia, vigne e uomini (e donne!), esprimono la più bella sintesi. L’enoturismo è in grande crescita ma è importante dare al “turista del Vino”, all’appassionato che viene alla ricerca della tua azienda, un “sentimento” di ritorno. Farlo sentire il benvenuto, raccontargli di te e del tuo lavoro, accompagnarlo in vigna, far comprendere quanto lavoro dietro alla produzione dell’uva, che il lavoro del produttore di vino non è legato solamente alla vendemmia, ma è costante durante tutto l’anno e continuativo… L’Enoturista che riesce a cogliere anche l’aspetto importante della produzione, sarà più orgoglioso di quel PAESAGGIO, che anche attraverso la valorizzazione dei nostri vini, salvaguardiamo: i PANORAMI della Campagna Romana sono rispettati e protetti dagli agricoltori, in primis dai produttori di uva di qualità. E se non impariamo a “voler bene” ai nostri prodotti territoriali, ai nostri vini, se non diventa motivo di orgoglio l’essere venuto a visitare un’Azienda anche della propria regione – che investe nella valorizzazione e nella qualità dei Vini di Roma- per il produttore di vino – che prima di tutto è agricoltore- sarà molto difficile continuare a lavorare difendendo quei paesaggi. Le svelo un segreto…ma non lo dica a nessuno (o quasi!) ho un mio enoturista preferito: l’Enoturista che viene da Roma e dintorni! Con l’Enoturista “Romano” io parlo di tutto: delle cose belle e dei problemi di ogni giorno. Perché il mondo del Vino non è fatto solo di “snob” ma anche e soprattutto di gente vera che come in ogni mondo lavorativo, si confronta giornalmente contro mille difficoltà. E ripeto fino allo sfinimento di pretendere, quando si va al ristorante come in pizzeria, di trovare una florida ed adeguata lista dei vini del Lazio, che nulla hanno da invidiare a vini più ” alla moda” come il Greco di Tufo o una Falanghina…li vogliamo paragonare ad un buon Colli Albani Superiore? Ad un buon Frascati? Ci vuole più orgoglio, più conoscenza e più sicurezza in noi stessi. Ecco: l’Enoturismo serve anche a conoscere questi aspetti, a degustare i vini insieme al produttore, a confrontarsi e a crescere insieme. Un turismo “interattivo” che dà e riceve, passione. Quante sono le aziende che hanno innovato in senso enoturistico? Le aziende che si sono aperte all’enoturismo oggi nei Castelli Romani sono molte, ma si può fare di più. Ci vuole sinergia e cooperazione. L’Enoturismo è un’occasione di confronto e di crescita per il nostro territorio, non solo per noi aziende. Quindi per Donnardea tutto procede nel verso giusto, senza alcun rischio? Per chi conosce Donnardea, per chi sa del nostro impegno nell’accoglienza, nei progetti di educazione ambientale rivolti ai bambini dai 2 ai 10 anni, nel nostro lavoro di salvaguardia del territorio e delle specie protette, nella creazione e cura del parco a giardini all’interno di Donnardea…per chi ancora non ci conosce ma magari attraverso questo articolo sarà incuriosito a venirci a trovare…provate a pensare come si sente un’azienda come la nostra, a conduzione familiare, che ha fatto di questi luoghi il lavoro di una vita…sapere che a 500 mt da noi, tra pochi mesi, verrà costruito il più grande inceneritore d’Europa. Ecco: qui decadono le nostre battaglie sul prezzo delle uve, sulla valorizzazione dei vini del territorio, dei panorami… Decadono perché la costruzione di questo impianto è prevista a 500 mt da noi e a soli 20 km da Frascati e da Roma… Anni fa era stato proposto un impianto a Montalcino e più di “qualcuno” si è mosso per evitarlo … Montalcino è Montalcino…i Castelli Romani, cosa sono? Io personalmente vorrei la garanzia che l’impianto non inquinerà i prodotti agricoli, non provocherà danni di alcun genere, non vanificherà il lavoro di una vita, né il nostro e né quello in generale per i prodotti a km 0 (a cui i Romani sembrano essere molto interessati). E i turisti verranno ancora? Ma io continuo a lavorare con la mia solita grinta ed impegno, lo faccio per i miei figli. Perché sogno per loro queste colline verdi di vigna, così come sono ora. Il loro futuro. Facciamo enoturismo fin che si può, se continuiamo così, tra poco, di queste vigne…neanche l’ombra…Fonte articolo: Vivavoce, rivista d’area dei Castelli Romani, link articolo qui. Autore: Sergio De Angelis. Qui il sito dell’azienda agricola Donnardea.

10 novembre 2009

Inceneritore Albano, Rugghia "Ripensarci è doveroso"

_Finora le contestazioni al gassificatore di Albano sono state motivate da ragioni d'impatto ambientale e dalle preoccupazioni per la salute dei cittadini. Dopo quello che è accaduto a Colleferro nessun politico, nessun uomo delle Istituzioni, può permettersi di sottovalutare tali legittime preoccupazioni. Per questo è molto apprezzabile la richiesta di sospensione dell'autorizzazione dell'impianto avanzata da Bruno Astorre e da Carlo Ponzo. Allo stesso modo sono condivisibili le opinioni espresse da Enrico Gasbarra e il suo invito ad accogliere le rivendicazioni dei comitati e degli amministratori locali. Vorrei però motivare con altri argomenti la mia contrarietà alla costruzione del gassificatore, partendo proprio dal piano regionale dei rifiuti, dai dati e dalle previsioni in esso contenuti che supportano la scelta di incrementare, portandole a nove, le linee di termovalorizzazione (o gassificazione) dei rifiuti. Attualmente, a regime, gli impianti di Colleferro, Malagrotta e San Vittore, hanno bisogno di circa 500 mila tonnellate di Cdr (combustibile da rifiuto) per generare energia elettrica e ridurre, nel contempo, il conferimento in discarica. Quando andranno in funzione tutti i nove impianti previsti dal piano, serviranno 700 mila tonnellate/anno di Cdr. Insomma, secondo le finalità del piano regionale approvato nel 2008, per chiudere il ciclo dei rifiuti limitando progressivamente il conferimento in discarica, c'è bisogno di portare la raccolta differenziata ai livelli previsti dalla legge e di alimentare gli impianti trasformando l'immondizia in Cdr. Il piano, a giustificazione dei nuovi impianti, compreso Albano, prevede nella nostra regione una produzione di Cdr pari a 500 mila tonnellate per l'anno 2009 e di 700 mila tonnellate per l'anno 2011. C'è però un però ed è grande come una casa: nel 2008 la quantità di Cdr prodotto nel Lazio, e idoneo per essere bruciato, è stata di circa 60 mila tonnellate e per il 2009 non è prevedibile una variazione significativa di questo dato. Come abbiamo visto servirebbero 500 mila tonnellate di combustibile da rifiuto per gli impianti attualmente in funzione di Malagrotta, Colleferro e San Vittore, mentre la produzione regionale è appena sufficiente per tenere in esercizio una sola delle due linee di Colleferro. È sensato dire in questa situazione che nel Lazio proprio non servono nuovi impianti. In audizione alla commissione bicamerale sui rifiuti il comandante del nucleo operativo ecologico dei carabinieri di Roma ha dichiarato: «Gli impianti di termovalorizzazione nel Lazio sono sufficienti, vi sono molte linee: tre a Malagrotta, una delle quali è partita e due sono in fase di avvio, due a Colleferro, tre a San Vittore e si parla di Albano, anche se non è certo che l'impianto verrà realizzato, tenuto conto che questi impianti bruciano centinaia di migliaia di tonnellate di Cdr l'anno, che il Lazio, tra l'altro, non produce». Il gassificatore di Albano una volta acceso dovrà funzionare 24 ore su 24 e se non sarà disponibile il Cdr potrebbe ripetersi ciò che è avvenuto a Colleferro, dove l'indagine della magistratura ha accertato che nel termovalorizzatore veniva bruciato di tutto. Ripensarci è giusto, doveroso, responsabile. (Fonte articolo, qui)

09 novembre 2009

Fuori gli uomini dalla sala parto

_Una stanza quasi vuota, gli strumenti indispensabili, pochi rumori e solo un’ostetrica d’esperienza. È quanto basta a una donna che sta mettendo alla luce un figlio. Anzi, di più: è quanto serve. Il resto non è solo superfluo, ma pure dannoso: invasive le luci forti e i macchinari di monitoraggio costante, ansiogeno il via vai di infermiere, ma soprattutto pericolosa la presenza di uomini. Che siano essi medici, lì per assistere, o futuri padri di chi sta per venire al mondo. Nessuno escluso, la teoria vale specialmente per i papà che, mascherina sulla bocca, circumnavigano la donna in preda alle doglie, muniti di telecamera per registrare l’evento. Ne è convinto il ginecologo francese Michel Odent, che ha anticipato il suo pensiero prima di esporlo alla conferenza del Royal College of Midwives, tra pochi giorni a Manchester. Esperto di nascite da oltre cinquant’anni, Odent teorizza l’«intimità» come elemento indispensabile alla buona riuscita del parto. È famoso per aver creato per primo, in un ospedale, un ambiente a metà strada tra una comunissima stanza di casa e una sala medica, ma specialmente per aver messo in relazione i parti chirurgici con la presenza di uomini al momento della nascita. Secondo lo specialista francese, infatti, si ricorrerebbe ai tagli cesarei perché i papà ansiosi, trasmettendo stress nelle donne, metterebbero in crisi la loro produzione di ossitocina, cioè l'ormone che stimola le contrazioni. Produzione già ampiamente compromessa da una stanza sovraffollata e dal lavoro di medici maschi. Il parto, sostiene in pratica Odent senza snobbismo, è una faccenda per donne. Sono loro le più adatte a occuparsene. «Odent è un genio - dice Rita Farris, capo ostetrica dell’ospedale Mangiagalli di Milano, dove mediamente, nascono oltre venti bambini al giorno - sposo le sue teorie in pieno. Sia quelle sul bisogno di intimità della donna, sia la parte sullo stress alimentato da certi papà in sala parto: ne ho conosciuto uno che mi ha chiesto addirittura i guanti per partecipare alle operazioni». Odent parla dell'evento della nascita in termini di «rintanamento» e osservando ciò che capita in natura spiega che, come l'animale femmina quando sta per partorire cerca una tana, fa scorta di cibo e tende a isolarsi, allo stesso modo la femmina della specie umana ha bisogno di solitudine, di tranquillità, quasi di segretezza. Forse non è per merito delle teorie di Odent, che probabilmente non tutti conoscono, certo è che la «moda» di essere presenti durante la nascita, tra mariti o compagni, è nettamente in calo. Dice ancora la capo ostetrica: «Era un’usanza nata negli anni '80 e ora fortunatamente superata. Non che i papà in sala parto siano spariti, ma a chiedere di entrare, oggi, sono solo quelli molto motivati e che, anche solo da come si muovono, dimostrano che stanno assistendo a un evento davvero speciale». Pochissimi, ormai, quelli che svengono alla prima goccia di sangue e praticamente scomparso, invece, il papà-voyeur che si intrufola per filmare. Molti anche quelli lasciati fuori dalle future mamme che, chiedendo «l’assistenza dedicata», vietano l'accesso ad allievi e specializzandi. «Fin qui sono d’accordo - dice Pier Giorgio Crosignani, professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia all'università di Milano e presidente della Società Italiana della Riproduzione - ma mettere in relazione la presenza di un medico uomo con un parto cesareo mi pare una sciocchezza. Perché tutto dipende dalla sintonia che c'è tra medico e paziente. Alcune donne in quel momento hanno bisogno della direzione di un maschio, come una specie di padre ancestrale che dice loro cosa fare; altre, invece, preferiscono accanto una figura femminile, quella che una volta veniva chiamata “la gran madre”». (Fonte articolo: La Stampa di Torino, titolo articolo: Fuori gli uomini dalla sala parto)

08 novembre 2009

La guerra ai tumori drogati

_Giornata per la ricerca sul Cancro: diamo il nostro sostegno concreto, non soltanto oggi. Cliccate qui e qui. C'è bisogno di tutti.

_La ricerca sul cancro è in un momento di fermento e le terapie si stanno evolvendo. Una delle novità è rappresentata dagli obiettivi: il processo di replicazione cellulare non è più l'unico o il principale bersaglio delle strategie di cura. Sappiamo, infatti, che il cancro è una malattia complessa, dovuta a lesioni genetiche che tendono ad accumularsi nel tempo e che possono essere diverse da tumore a tumore. Fortunatamente, però, le ricerche dimostrano che le lesioni molecolari sono in numero limitato (poche decine). In generale, i geni che nelle cellule neoplastiche sono «mutati» sono quelli che regolano la proliferazione, la differenziazione, la morte e l'invasività cellulare o controllano l'integrità del Dna. Fino ad alcuni anni fa si riteneva che «disinnescare» uno solo questi geni sarebbe stato insufficiente a modificare il comportamento della cellula neoplastica. Le ricerche su modelli cellulari e in sistemi animali hanno però dimostrato che questo non è vero, perché spesso il tumore sviluppa una dipendenza da una sola delle sue molecole alterate e, come «drogato», va in «astinenza» e quindi non sopravvive, quando ne viene privato.
Al contrario, le cellule sane non mostrano questa dipendenza e quindi tollerano bene lo «spegnimento» della stessa molecola. In un certo senso, la «dipendenza» delle cellule neoplastiche dai prodotti di questi geni alterati è un «tallone d'Achille», che può essere sfruttato in termini terapeutici. Così, l’identificazione dei geni modificati che generano «dipendenza» - e che possono essere diversi da tumore a tumore - ha fornito la base teorica per lo sviluppo delle «terapie mirate», che colpiscono proprio questo «tallone d'Achille». La ricerca di base, così, si è spinta a studiare la «dipendenza» e ci si è impegnati per creare farmaci in grado di bloccare l'attività dei geni mutati. Questi medicinali di ultima generazione vengono definiti «mirati», o «a bersaglio molecolare», perché spengono la funzione di una molecola prodotta da uno specifico gene in modo selettivo. Negli ultimi anni sono state approvate numerose molecole che appartengono alla categoria delle «terapie target», suscitando la speranza di trattamenti meno tossici. Questi farmaci sono anche definiti «intelligenti» per la capacità di colpire le cellule tumorali, in cui la molecola bersaglio è fondamentale per la sopravvivenza del tumore stesso, risparmiando quelle normali. In realtà, l'intelligenza risiede nella capacità di chi somministra il farmaco stesso di individuare in quali tumori può risultare efficace. Il successo, infatti, si fonda sul «razionale biologico» che la molecola bersaglio sia attiva e indispensabile nel tumore, ma non nel tessuto sano, e che quindi l’inibizione abbia conseguenze limitate alla massa tumorale. La premessa ha due conseguenze cliniche. In primo luogo impone che, prima di trattare il paziente, si accerti la presenza della lesione genetica «predittiva» della potenziale risposta al farmaco, perché è dimostrato che la terapia è efficace solo se il bersaglio è presente nelle cellule tumorali. Questa capacità richiede una «personalizzazione» della terapia, che comporta l'analisi molecolare della neoplasia. Inoltre le terapie mirate sono già una realtà per alcuni tipi di tumori. Il prototipo è l'imatinib mesilato, approvato per il trattamento della leucemia mieloide cronica e per alcune forme di sarcoma gastrointestinale (Gist). Così si sono curati molti pazienti che non rispondevano alle terapie classiche. E un discorso simile vale per i sarcomi gastrointestinali, in cui imatinib ha consentito di ottenere benefici in oltre l'80% dei casi, modificando l'approccio a un tumore considerato incurabile.
Un altro farmaco mirato per un tumore diffuso - il carcinoma della mammella - è il trastuzumab, molecola che da sola o in associazione con i classici chemioterapici è efficace sia quando il tumore è in fase avanzata sia quando è localizzato. E gli esempi sono tanti, perché sono sempre più numerosi i farmaci valutati in studi clinici e approvati. Grazie alla ricerca di base è quindi possibile «aggredire» il tumore in modo selettivo, anche impedendone la vascolarizzazione: avviene con gli anti-angiogenici, che danno risultati incoraggianti contro il tumore del colon, del polmone, del rene.
I successi non mancano. Tuttavia - come disse Isaac Newton - si guarda lontano solo «salendo sulle spalle dei giganti». E' fondamentale che le innovazioni si affianchino agli approcci tradizionali che hanno salvato molte vite: le nuove cure devono coadiuvare la chirurgia o la radio- e chemio-terapia. Il connubio esperienza-innovazione rappresenta una sfida e una speranza. (Fonte articolo: qui)

06 novembre 2009

Ciancimino e Ultimo al botta e risposta

_Strani inquietanti movimenti, frattanto a Sergio De Caprio ,il "Capitano Ultimo" del Ros che fondò il "Crimor" e che catturò Salvatore Riina, viene tolta la scorta. Lo stesso De Caprio, oggi, replica in modo duro a Ciancimino junior. Fra trattative, papello, arresti eccellenti, stragi e covi non perquisiti, la vicenda Ultimo - Ciancimino assume contorni via via più oscuri ma ben decifrabili ai pochissimi esperti e addetti ai lavori. Diffido enormemente di Massimo Ciancimino e ho letto molto di Ultimo. Ad oggi non so se quest'ultimo dica o meno la completa e totale verità ma una cosa è certa: non meritava il trattamento ricevuto nel corso di questi anni, così come trovo assurdo che ad un uomo costretto a vivere in totale segretezza lo stato sveli prima nome e cognome e poi tolga la scorta.
_"Ciancimino è uno dei tanti servi di Riina. Infatti è chiaramente falso che Riina sia stato arrestato in seguito alle dichiarazioni di Bernardo Provenzano". Lo dice all'ANSA il colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, il 'capitano Ultimo' che, insieme al generale Mori, condusse le indagini che nel 1993 portarono all'arresto di Riina."Ma la cosa più grave - aggiunge il 'capitano Ultimo' - è che ci sia qualcuno all'interno delle istituzioni che legittima questo servo di Riina. Questo significa evidentemente che i servi di Riina sono anche all'interno delle Istituzioni e certamente non sono il generale Mori e il capitano De Donno: forse sono gli stessi che hanno isolato e delegittimato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino". "I boss si vendono o vengono ammazzati" teorizzava Luigi Ilardo, boss confidente dei carabinieri assassinato poco prima che potesse formalizzare la sua collaborazione con la giustizia. Una regola che torna in uno dei capitoli più oscuri della storia di Cosa nostra: l'arresto del capomafia di Corleone Totò Riina. A incrinare la verità ufficiale - peraltro già messa in discussione da pentiti come Nino Giuffré - sull'arresto del padrino stragista è stavolta Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito, che da mesi svela ai pm i retroscena della trattativa tra Cosa nostra e lo Stato.E' lui a raccontare che dietro la cattura di Riina, uccel di bosco per oltre 23 anni, ci fu Bernardo Provenzano che, mappe di Palermo alla mano, indicò ai carabinieri i possibili covi in cui si nascondeva il capomafia. Un tradimento in piena regola di un vecchio alleato, diventato scomodo e ormai affetto da deliri di onnipotenza, che avrebbe sancito la seconda fase della trattativa tra Stato e mafia e l'inizio di una lunga pax dopo gli anni delle stragi. Ciancimino jr parla di cose vissute in prima persona. Sarebbe stato lui a ricevere dall'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno, che sperava nell'aiuto dell'ex sindaco per la cattura di Riina, la piantina della città.Don Vito ne avrebbe fatto una copia, che avrebbe conservato. Poi avrebbe consegnato, attraverso il figlio Massimo, l'originale a una persona vicina all'ingegnere Lo Verde, nome usato per indicare Provenzano. Il capomafia avrebbe indicato con dei cerchi i possibili nascondigli di Riina e avrebbe rimandato il documento a Ciancimino. Tra le zone segnate da Binnu ci sarebbe stato anche l'Uditore, il quartiere in cui si trovava la villa, ultimo rifugio del capo dei capi. L'ex sindaco, che da mesi aveva avviato un dialogo col Ros, avrebbe consegnato, poi, la mappa ai carabinieri. Secondo il racconto del testimone, siamo all'autunno del 1992, pochi mesi dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio. A gennaio del 1993 Riina viene catturato. L'arresto pone le basi - secondo gli inquirenti, la cui tesi sembra confermata dall'ultima rivelazione di Ciancimino - per l'inizio della seconda fase della trattativa che ha come interlocutore mafioso non più Riina, autore del papello con le richieste alle istituzioni che lo stesso don Vito definì "irricevibili", ma Provenzano. E proprio per questo suo ruolo nell'accordo stretto tra Cosa nostra e Stato Provenzano sarebbe iscritto nel registro degli indagati, assieme a Riina e al medico Gaetano Cinà, nell'inchiesta sulla trattativa. Ma le rivelazioni di Ciancimino ai pm non si fermano al ruolo dell'ingegnere Lo Verde. Oggi, prima di rendere dichiarazioni spontanee al processo in cui è imputato di riciclaggio aggravato, il figlio dell'ex sindaco è tornato in Procura dove ha consegnato una serie di documenti. "Tutto materiale cartaceo - ha detto - Non ho ancora portato i nastri incisi da mio padre". Nell'archivio infinito di don Vito, sparso tra cassette di sicurezza del Lichtenstein, e studi notarili di mezza Italia, ci sarebbero anche le bobine con le registrazioni di alcuni colloqui tra il sindaco e l'allora colonnello del Ros Mario Mori, l'ufficiale che, secondo la procura, avrebbe avuto un ruolo di intermediazione tra la mafia e lo Stato nella trattativa. In attesa di ascoltare i nastri, la Procura si appresta a definire i componenti del collegio di periti chiamati ad accertare la paternità e la data di compilazione del papello, consegnato da Ciancimino ai magistrati la scorsa settimana. "Non è l'originale - ha spiegato il testimone - ma una copia coeva. Figuriamoci se mio padre avrebbe mai fatto girare quello vero con tutte le impronte che potevano esserci sopra". (Fonte: Ansa)
_Fu Bernardo Provenzano a "tradire" Totò Riina, svelando il nascondiglio in cui poi fu catturato: "Ha consegnato lui le mappe della locazione dove poi è stato trovato Riina. Comunque non posso fare altere dichiarazioni per rispetto dei magistrati con i quali sto parlando". Lo ha detto Massimo Ciancimino, prima di entrare nell'aula bunker di Pagliarelli a Palermo. Secondo questa sua ricostuzione, fatta agli inquirenti di Palermo, che nel periodo delle stragi mafiose del '92 l'allora capitano del Ros Giuseppe De Donno gli consegnò delle mappe di Palermo, chiedendogli di darle a suo padre Vito Ciancimino e sperando di avere un contributo utile per l'arresto del boss latitante. Don Vito avrebbe trattenuto una copia delle mappe e un'altra l'avrebbe affidata al figlio perchè la consegnasse a un uomo di fiducia del geometra Lo Verde, il nome con cui l'ex sindaco indicava Provenzano. L'emissario del capomafia avrebbe, poi, restituito a Ciancimino la mappa con un cerchio proprio sopra la zona del quartiere Uditore in cui si nascondeva Riina. La cartina venne poi fatta avere ai carabinieri e Riina nel gennaio '93 fini' in manette. Ciancimino oggi ha anche consegnato nuovi documenti e carte, ai pm di Palermo Nino Di Matteo e Paolo Guido. Si tratta di una serie di appunti e lettere di suo padre Vito, sindaco mafioso del capoluogo siciliano, morto nel 2002. Tra questi, materiale definito di interesse investigativo che potrebbe servire per riscontrare precedenti dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulla trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra, ma anche per datare alcuni fatti.
In serata arriva la dura risposta del colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, il famoso "Capitano Ultimo" che, nel 1993 condusse le indagini che portarono alla cattura di Riina: "Ciancimino è uno dei tanti servi di Riina. Infatti è chiaramente falso che il boss sia stato arrestato in seguito alle dichiarazioni di Bernardo Provenzano. Ma la cosa più grave - aggiunge 'Ultimo' - è che ci sia qualcuno all'interno delle istituzioni che legittima questo servo di Riina. Questo significa evidentemente che i servi di Riina sono anche all'interno delle Istituzioni e certamente non sono il generale Mori e il capitano De Donno: forse sono gli stessi che hanno isolato e delegittimato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino".
Non sono stati consegnati in Procura, invece, i nastri contenenti le registrazioni dei colloqui che Vito Ciancimino incideva di nascosto per documentare i suoi incontri con i carabinieri. "Io non so cosa contengano quei nastri", ha precisato Massimo Ciancimino, che ha preannunciato di volerli prelevare dalla cassetta di sicurezza dove custoditi a Vaduz, nel Lichtenstein, per consegnarli ai magistrati. Massimo Ciancimino si è poi spostato nell'aula bunker di Pagliarelli per rendere nuove dichiarazioni spontanee nel processo d'appello in cui è imputato di riciclaggio, tentata estorsione e fittizia intestazione di beni, dopo essere stato condannato a 5 anni e 8 mesi in primo grado. Il processo si svolge a porte chiuse. Ieri Ciancimino era stato sentito dai pm di Catania, con i quali ha parlato di imprenditori catanesi coinvolti in affari di mafia ma anche della conduzione delle indagini nei suoi confronti sul 'tesoro' del padre Vito. "Io non ce l'ho con i magistrati che hanno coordinato le indagini su di me. Non sono loro infatti che eseguono le perquisizioni o che trascrivono le intercettazioni", ha detto Ciancimino, e alla domanda dei giornalisti se il riferimento fosse ai carabinieri ha risposto: "Sì, ma dovranno essere i magistrati competenti ad accertare i fatti e a verificare se siano state sottratte prove a mio favore". (Fonte: La Repubblica)

04 novembre 2009

C'è bisogno di tutti

_Desidero dare ampia e doverosa visibilità ai ragazzi che curano l'Associazione DIFFERENZIA-TI e al loro coraggioso operato. Qui il loro sito, qui un loro video. Sotto il comunicato di benvenuto che giocando con le parole la dice tutta e che non a caso recità: "C'è bisogno di tutti".
_A voi il nostro benvenuto. Lo scorrere rapido degli eventi, alcuni anche piuttosto spiazzanti, ha imposto l’avvio del nostro sito. “Inaugurazione” caratterizzata dall’incompletezza del portale in alcune sue pagine, tuttavia risalta da subito la linearità della “mission” e delle nostre idee. Con esse la nostra fermezza verso un obiettivo cui non siamo disposti a rinunciare. L’Associazione Onlus Differenzia-ti prima di caratterizzarsi come tale ha positivamente “subito” delle vere e proprie fasi di aggregazione, tutte concentrate sull’installazione di un gassificatore (inceneritore) di rifiuti nell’area Castelli Romani, prescisamente ad Albano Laziale nella frazione di Roncigliano. Dall’emergenza vera che non è certo quella dei rifiuti ha preso consistenza la nostra idea (che troverete meglio illustrata ben presto nella sezione “Chi siamo”). Da qui si è costituito uno dei tanti gruppi di resistenza civile verso un’infrastruttura scellerata fortemente voluta dall’ex presidente Piero Marrazzo e dal monopolista dei rifiuti laziali, Manlio Cerroni. I passaggi che hanno portato alla creazione di questa pagina di informazione e di interazione diretta col lettore sono stati molteplici: fasi entusiasmanti, estenuanti, divertenti, cariche di passione civile e a tratti intrise di rabbia nei momenti più duri di una speculazione voluta da gran parte del mondo politico locale e regionale. Prima del sito abbiamo vagliato la bontà della nostra idea creando un gruppo Facebook. L’idea ci ha fornito la spinta e la forza necessarie per andare avanti, proseguire un’attività nella quale crediamo. Così da uno strumento a volte poco amato, Facebook appunto, è nata la ricchezza umana, il gruppo che ora opera con estrema costanza ed efficacia e che svolge attività di informazione capillare sul territorio, integrando tutte le iniziative che le organizzazioni centrali e i vari comitati d’area portano avanti con abnegazione e tenacia nelle mille difficoltà che una simile vertenza può comportare. La nostra, è doveroso chiarirlo per rispetto e partecipazione, è un’attività assolutamente parallela e integrativa che non si pone in contrasto con nessuna realtà locale (se non con chi avalla questa futura speculazione tumorale), ma che vuole soltanto rafforzare tutte le unioni di cittadini che lottano contro questa follia economica e sanitaria. A grandi linee è questa la nostra storia. Cittadini toccati nell’intimo delle loro radici, esasperati dal vedere la propria delega rappresentativa calpestata dal delegato rappresentante, più incline, oggi, ai poteri di una lobby trasversale come quella dei rifiuti rispetto ai diritti costituzionali di un’area territoriale che dovrebbe essere tutelata e non ulteritormente vessata. Oggi questi cittadini, noi, l’associaizone onlus Differenzia-ti, prima che avamposto di tutela del nostro territorio, della nostra salute e dei nostri figli contro il malaffare della speculazione, è una realtà di amici, uniti da un legame umano fortissimo e cementato dal confronto vero, schietto, a tratti anche duro ma sempre ancorato al cardine del rispetto e della costruttività. Questo sito sarà uno spazio, come accennato sopra, di informazione, di interazione diretta ma anche e soprattutto di messaggi. Il primo messaggio che sentiamo di rivolgere a tutti i cittadfini dei Castelli Romani e a chi sta leggendo ora queste righe è quello di partecipare. Concretamente, attivamente. Una partecipazione che inizi il proprio percorso dall’informazione corretta, non schermata dalla cortina di ferro (silenzio, potere o complicità) della lobby di turno, una presa di coscienza che passerà inesorabilmente per una maturazione più completa: la partecipazione sul campo. La causa dell’inceneritore dei Castelli Romani riguarda migliaia di cittadini di qualsiasi sesso, opinione politica e razza. Riguarda tutti, come il diritto alla salute, il diritto alla salvaguardia del territorio e della legalità. In questo quadro nessuno può considerarsi escluso o non interessato. Nessuno. Oggi come domani. Anzi, soprattuto domani. In questo appello ad aiutarvi e a risvegliare il valore dei vostri/nostri diritti riconquistando parte del significato della vostra delega, l’auspicio di sostenerci e affiancarci nel tempo. L’auspicio e la certezza di potervi avere con noi. Attivamente. Questa causa ha bisogno di tutti.